E se al posto del terrorismo mettessimo Coronavirus e controllo sociale…

Baudrillard e lo spirito del terrorismo

Il 6 marzo sarà il decimo anniversario dalla scomparsa di Jean Baudrillard. L’editore FrancoAngeli pubblicherà per questa occasione il volume Pornografia del terrorismo, raccolta dei principali saggi dedicati dal sociologo francese al terrorismo. Presentiamo in anteprima un estratto dalla prefazione di Vanni Codeluppi, che ha curato il volume.

 

Le società occidentali hanno costruito il loro successo nei secoli facendo costantemente agli individui delle promesse di benessere e felicità. Ciò le ha portate a tentare di eliminare ogni negatività e soprattutto la negatività più forte di tutte: la morte. Baudrillard ha accuratamente descritto questo fenomeno nel suo saggio probabilmente più significativo: Lo scambio simbolico e la morte. Nel quale però ha anche sostenuto che la morte, e con essa il negativo e il male, non può essere totalmente cancellata dalla società. Riemerge periodicamente affluendo negli interstizi e negli spazi liberi che le vengono lasciati. Perché si tratta di una dimensione ineliminabile dell’esistenza umana. Come il Male, che non può che essere portato a bilanciare la presenza del Bene.

Le società occidentali però, come si è detto, tentano costantemente di rimuovere la presenza della morte e dunque questa, quando si presenta, viene percepita come un oggetto assolutamente inaccettabile e incomprensibile. Proprio per questo i terroristi possono impiegarla per lanciare una potente sfida simbolica contro il sistema sociale. Infatti, «I terroristi sono riusciti a fare della loro stessa morte un’arma assoluta contro un sistema che vive dell’esclusione della morte, che ha eretto a ideale l’azzeramento della morte, la zero-morte» (Lo spirito del terrorismo, pp. 22-23). Questo, secondo Baudrillard, è lo «spirito del terrorismo».

 

 

La morte dei terroristi costituisce un’arma efficace perché più potente di quella reale, in quanto simbolica e sacrificale. Spostare la morte sul piano simbolico comporta di trasferirla in un ambito dove vige la regola della sfida e del rilancio. Dunque, dove a una morte si può rispondere solo con una morte uguale o superiore. Questo intendeva Baudrillard quando scriveva che «La tattica del modello terroristico consiste nel provocare un eccesso di realtà e nel far crollare il sistema sotto tale eccesso» (p. 25). La morte simbolica è una morte che viene portata all’estremo. Una morte anche di pochi individui, ma alla quale non si può rispondere se non con una morte altrettanto intensa, che però comporta inevitabilmente per il sistema occidentale una morte che non può essere perseguita: quella relativa alla sua scomparsa, al suo definitivo crollo. Il terrorismo, insomma, cerca di far sì che il sistema si suicidi in risposta alla sfida del proprio suicidio. Per questo Baudrillard ha scritto che le Twin Towers di New York, nel momento in cui sono crollate a causa dell’attentato compiuto da Al Qaeda, sono sembrate suicidarsi con un atto che rispondeva al suicidio dei terroristi e dei loro aerei.

 

Le “torri gemelle” sono diventate un bersaglio del terrorismo a causa della loro natura fortemente simbolica. Erano infatti un simbolo del capitalismo economico e finanziario (Wall Street), ma anche un simbolo della cultura occidentale più avanzata: quella del codice binario dell’informatica e della clonazione genetica. Ne Lo scambio simbolico e la morte Baudrillard l’aveva osservato già 25 anni prima dell’attentato che le ha distrutte, interpretandole come un esempio, grazie alla loro natura duplice e gemellare, dell’impossibilità del sistema sociale di rappresentare e di comunicare. Perché, rispecchiandosi l’una nell’altra, rimandavano solamente a se stesse, puri simulacri senza più alcun riferimento a un originale.

 

Ma con l’attentato alle Twin Towers si è presentato un salto di qualità da questo punto di vista. Perché è apparso evidente che è sempre meno possibile operare una precisa distinzione tra i media e la realtà. Le immagini televisive dei due Boeing che si infilavano nelle torri, come hanno detto in molti, avevano una tale intensità che sembravano direttamente tratte da un film di Hollywood e dunque impiegare lo stesso sofisticato linguaggio della fiction. Apparse infinite volte nelle immagini dei media, le due torri sembravano continuare ad appartenere a esse. Lo spettatore, pertanto, non era più in grado di comprendere se si trovasse di fronte a un evento reale oppure a una sua rappresentazione.

Molti hanno pensato che ciò volesse dire che il reale era ancora vivo e che la tesi di Baudrillard sulla realtà come simulazione e simulacro venisse a essere messa in discussione. Il sociologo francese però ha risposto nel saggio Lo spirito del terrorismo alle accuse ricevute con queste parole: «Ma la realtà supera veramente la finzione? Se sembra farlo, è perché ne ha assorbito l’energia, divenendo essa stessa finzione. Si potrebbe quasi dire che la realtà sia gelosa della finzione, che il reale sia geloso dell’immagine… È una specie di duello tra loro, a chi sarà il più inimmaginabile. Il crollo delle torri del World Trade Center è inimmaginabile, ma questo non basta a farne un evento reale» (p. 37).

 

A ben vedere, la nuova fase del rapporto di commistione tra i media e la realtà è iniziata prima dell’attentato alle Twin Towers, in quanto già da tempo nelle società occidentali avanzate la realtà tendeva a confondersi in maniera crescente con le sue rappresentazioni. Non a caso Baudrillard ha sostenuto più volte che persino la guerra, nonostante la sua rudezza e la sua fisicità, non è reale. Già nel 1981 ha paragonato un film di guerra alla stessa guerra, cioè a un evento intensamente drammatico e tragico. L’ha fatto nel breve capitolo del volume Simulacres et simulation che ha specificamente dedicato al film Apocalipse Now di Francis Ford Coppola. Tale film infatti si presentava per Baudrillard come una specie di continuazione della guerra con altri mezzi, perché, a suo avviso, «La guerra s’è fatta film, il film si fa guerra, entrambe si uniscono attraverso il loro comune travaso nella tecnica» (p. 89). Tale film cioè, come la guerra, serve a testare la tecnica, a testare la sua potenza d’intervento attraverso l’impiego degli effetti speciali.

 

All’inizio degli anni Novanta, Baudrillard invece ha scritto che la già annunciata guerra del Golfo non avrebbe avuto luogo perché la guerra è stata progressivamente ridotta a pura rappresentazione mediatica. E più tardi ha anche affermato che la guerra dell’Iraq iniziata nel 2003 poteva essere considerata una specie di film, in quanto era «talmente prevista, programmata, anticipata, prescritta e modellizzata, da aver esaurito tutte le proprie possibilità ancor prima di aver luogo» (Il patto di lucidità o l’intelligenza del Male, p. 111). La mediatizzazione cioè di tutti gli avvenimenti, guerra compresa, rende tali avvenimenti non più necessari, in quanto essi sono già virtualmente realizzati all’interno degli schermi elettronici.