Dive, alpini e dittatori nel suo catalogo. E il Palio? Mai visto.

di Roberto Barzanti

L’artista

Chi non sa fare a meno di inserire un artista entro una tendenza codificata si affretterà a scrivere che Gian Marco Montesano (Torino, 1949), il pittore cui è stato affidato l’incarico di preparare il drappellone per il Palio straordinario in memoria dei caduti della Grande Guerra, ha fatto parte del «medialismo», categoria che include quanti si son cimentati in opere costruite ricorrendo ai media più vari, ai cimeli che pullulano nel mobile e affollato immaginario dei nostri giorni. Chi ha visto nel 2010 la mostra di San Giovanni Valdarno dedicata a Guerra e Pace sa con quanta vorace passione Montesano tragga da fotografie e reperti del sanguinoso Novecento materia per il suo lavoro. Immagini di guerra si alternavano alle copertine del popolarissimo Grand Hotel , gli oggetti-culto dell’Italia del miracolo economico stavano accanto a ritratti da manifesto cinematografico. Ma l’esposizione che più di ogni altra deve aver convinto la committenza a rivolgersi al riservato e ambiguo autore è stata forse quella bolognese del 2015, che aveva a titolo una canzone degli alpini: Era una notte che pioveva . In quell’occasione il furore che spinge Montesano a presentare il passato in composizioni tragiche e ironiche si sfrenò e i risultati furono sorprendenti. Taluni spiazzanti e ambigui.

Montesano ha studiato dai salesiani del seminario di Valdocco per poi indossare con fierezza la divisa di alpino. Queste due esperienze l’hanno segnato in profondità. La memoria collettiva deriva dal ritrovare spezzoni dei propri personali ricordi: come aggirarsi in un disordinato magazzino nel tentativo di trarne momenti depositati nella tua mente. All’inizio si dette a dipingere madonnine e santi del kitsch sacro per passare a esplorazioni storiche, a scorribande nel cinema: dive e soldati, truci sfilate militari e chiari paesaggi alpini, feroci dittatori e eroi sportivi in trionfo. A volte sembra di trovarsi di fronte a copertine di un Achille Beltrame rifatte con malizia iperrealista, altre pare di aggirarsi in un museo che emana un ammorbante tanfo necrofilo: gelidi fantasmi in una sfilata che blocca in fotogrammi il film di un secolo travagliato. Gli esperti si sono interrogati: per certi aspetti lo diresti un concettuale che decolora le immagini fino a mutarle in moti di pensiero, altre non esiteresti a rilevare modi della stagione pop o del citazionismo in voga. È illustratore, fumettista, teatrante. Essere etichettato postmoderno non gli piace: «Essere postumo — ha sentenziato — è il cadavere del Moderno». Deve molto alla Parigi estremista e anarcoide di Deleuze, Guattari e Jean Baudrillard, che gli ha dedicato acute pagine. Vicino a Toni Negri e a «Potere Operaio», in rivolta e in silenzio, Montesano è un enigma venuto dal freddo. Il Palio non l’ha mai visto. Peccato per uno che si dice affascinato dal «guardare ai simboli che nascono dal gioco collettivo e non alle persone».

 

Giovedì 20 Settembre 2018-Corriere Fiorentino. https://corrierefiorentino.corriere.it/