Da Silvia a Ranieri: Leopardi e i rischi dell’omologazione

Nelle biografie di autori che vanno per la maggiore non di rado si mettono in ombra o si trascurano del tutto risvolti inerenti la loro sessualità. Il complesso rapporto tra sensi e scrittura è spesso sfiorato o presentato secondo schemi che non ne trasmettono vibrazioni e esiti, oscillazioni e ambivalenze. Franco Buffoni nel suo impetuoso e arrovellato pamphlet Silvia è un anagramma (pp. 334, € 16,00, Marcos y Marcos) fa propria una corretta avvertenza di Milo De Angelis, il quale a chi lo interrogava sulla necessità o meno di conoscere analiticamente la vita di poeti e letterati per poter apprezzare in profondità la loro opera rispose: «Dipende. Per certi autori può essere fondamentale, per altri è assolutamente indifferente; di altri ancora, come di Montale, sarebbe meglio non sapere…». Giusto: non si tratta di stabilire un nesso causale di ascendenza positivistica o psicoanalitica tra esperienze e invenzioni, tra pratiche del corpo e costruzioni della mente, ma la questione andrà tenuta presente, e i dati biografici – biologici – sono una base indispensabile per fornire ritratti credibili, quale che sia stato il loro peso nella tensione espressiva di pagine destinate a circolare con una loro autonomia.
Buffoni non segue però con coerenza l’indicazione di De Angelis e pare piuttosto dominato da interpretazioni che scaturiscono dal «campo della precomprensione» (Preunderstanding), come definito da Gadamer sulla scia di Heidegger, molto ricorrente nell’ermeneutica giuridica. Ciò non toglie che parecchi passaggi delle sue analisi siano ben documentati e meritino di essere senz’altro accolti. Egli sa bene che sarebbe sciocco ripristinare le manie di chi risolveva in impertinente aneddotica psico-fisiologica la ricerca del segreto dell’ispirazione, le scaturigini prime di mondi fantastici o di realistiche rappresentazioni. E soprattutto in poesia, dove abbondano allegorie o metafore, sarebbe ingenuo e sbrigativo darsi da fare per trovare nel vissuto la chiave di volta di una comprensione che richiede ben altri strumenti. Tuttavia è pienamente condivisibile l’ira che pervade Buffoni, meritorio e combattivo antesignano dei Gender Studies e della loro applicazione pure in ambito letterario. Nei manuali scolastici, ma anche nella vulgata pubblicistica, sono innumerevoli le censure e le mutilazioni che nascondono, alludono, ignorano, in nome di un perbenismo che vuol evitare imbarazzi o scandali difficili da spiegare o semplicemente da commentare. Il rischio di un futile gossip è in agguato. La tendenza a levigare o smussare gli angoli insidiosi di percorsi non lineari è anteposta al vero o alla verisimiglianza di ipotesi non campate in aria.
Così Buffoni individua tre emblematici casi, tre figure monumentali e ne svela aspetti secondo lui tenuti sotto traccia o a bella posta marginalizzati: addirittura Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli ed Eugenio Montale. Insieme ai tre nomi principali si affollano nelle sue pagine altri nomi, in un elenco confuso e non calibrato. W. H. Auden sta accanto a don Lorenzo Milani, Umberto Saba a T. S. Eliot. Tutti sulla stessa barca, quando a ogni esperienza è necessario accostarsi con prudente rigore, a ogni itinerario nella sua singolarità, non istituendo collegamenti meccanici tra ricostruzione problematica del vissuto e compiuti risultati dell’opera, ritmata in versi o narrativamente scandita.
Mi limito a rilevare alcuni passaggi della trattazione riservata a Leopardi, sul quale ho anch’io meditato a lungo giovandomi delle informazioni disponibili e cercando di vagliarle senza alcun pregiudizio. Sull’amicizia del Contino con il fascinoso esule napoletano Antonio Ranieri, incontrato ventunenne a Firenze nel 1827, c’è ormai una bibliografia enorme e solo in taluni saggi (Damiani) si reperiscono allusioni a possibili esiti omoerotici, come ritengo corretto dire. Dal folgorante incontro della serata fiorentina secondo Buffoni «saltano i parametri di prudenza e la vita di Giacomo muta radicalmente». Fino ad allora le contratte pulsioni gay sarebbero state sotto controllo, mentre da quel momento fatale – un colpo di fulmine! – sarebbero diventate esplicite e ossessive.
Il titolo del rivendicativo pamphlet di Buffoni dipinge una sensibilità – o sensualità – propria di Giacomo fin dall’infanzia: Silvia è un anagramma sviante non solo perché lo è in senso letterale in quanto scompone il «salivi» della chiusa della prima strofa del canto pisano, ma perché ribattezza la povera Teresa con il nome di Silvia e perché la triste lontananza da lei sarebbe dovuta non tanto al penalizzante «aspetto fisico» bensì alla «natura di ‘recchió’ in un contesto altamente omofobico». La velatura anagrammatica sarebbe dunque quasi il filo conduttore in un canzoniere da decriptare estesamente, e insita nel sentire del precoce rampollo sbeffeggiato dai rozzi recanatesi dell’odiato «borgo selvaggio». Una propensione già nelle potenzialità del bìos, se non nascosta nel destino delle zoé? È in quest’ostinazione programmatica ch’è arduo seguire il libello. La pervicace voglia di attribuire a Giacomo, come agli altri convocati, un’identità fissa, rigida, monocorde, è quanto di più contradditorio possa immaginare chi ritiene la sessualità mobile, esposta a divagazioni, preda di impulsi molteplici, votata a imprevedibili sortite. Senza negare che ci sono personalità che si distinguono per una tendenza che non consente eccezioni, è perfino banale constatare che i confini son mobili, i ruoli scambiabili, i capricci all’ordine del giorno. E tutte le forme che la sessualità assume devono ottenere identico rispetto. Odiose discriminazioni o pedagogie obbliganti non sono più consentite.
Nella biografia di Giacomo si evidenziamo momenti-chiave o, negli ultimi anni napoletani soprattutto, lunghe fasi, che suffragano una riflessione di questo taglio. Ed è strano che proprio alcuni di questi indizi siano trascurati o toccati di sfuggita. Già nei Ricordi d’infanzia e di adolescenza, che risalgono al 1819, ci sono confessioni come questa: «Sogni amorosi ed efficacia singolare de’ sogni teneri notata, amore per la balia, per la Millesi (?) , per Ercole (forse il cugino Ettore Mazzagalli)». E la Geltrude Cassi Lazzari, cugina di Monaldo, del Diario del primo amore (1817) non ha la prorompenza imbarazzante di una virago che impressiona per la sua energica bellezza più che per l’attrattiva delicata di una fanciulla con cui conversare in confidenza?
La Fanny conquistata da Ranieri è oggetto di corteggiamento da parte di Giacomo – il fatto chissà, se inventato dalle malelingue fiorentine, è riferito da un incredulo Carducci in una conferenza del 1888 –, che in assenza dell’amata si rivolge a un giovanotto en travesti: «Raccontavano in Firenze che egli quando più ardea dell’Aspasia, solesse affazzonare con uno scialle un giovinetto congiunto di lei che molto le somigliava e stesse contemplando a lungo quell’immascherato e dicendogli ciò che non osava all’Aspasia. No ’l credo, e mi pare indegno. Ma che l’Elvira del “Consalvo” sia un rinfattocciamento di frasi con lo scialle, pochi lo vorranno, penso, negare». Una sorta di amore mediato in un gioco a quattro sul quale è lecito scavare a fondo. Durante il soggiorno romano in un appartamento di via Condotti condiviso con Giacomo, Ranieri si reca da un barbiere, tal Piersantelli, che si rivela di Recanati. Costui gli si rivolge accennando a fastidiose insinuazioni: «Com’è ch’ella ha con se il figliuolo del conte Monaldo? ». E il bell’Antonio – rammenta nei Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi – ribatte infuriato: «Con me? … risposi, con severità. Non so che cosa vogliate intendere. Vuol dire, che siamo due amici che s’è preso un quartiere insieme». Leopardi aveva sentito il concitato dialogo e se la prende non poco lanciando accuse ai linguacciuti concittadini: «… sappi, ch’io divento un forsennato, al solo sognare di andarne per le bocche di quella gente». Il barbiere aveva fatto notare a Ranieri che la sua protesta era fuori luogo poiché era al corrente di «assai altri particolari». «I quali – brontola di rimando Antonio – o io conosceva assai meglio di lui, o non m’importava né punto né poco di conoscere». Battibecco non privo di enigmi.
Infine le lettere di Giacomo all’amico protettore-sfruttatore: sono stese con un ardore non inscrivibile nel formulario consueto del sentimentalismo in uso. E attestano un attaccamento assoluto, un’onda erotica della quale prendere atto. Si sa che Giacomo voleva essere solo quando riceveva in una delle angusta residenze partenopee qualcuno degli scugnizzi che incontrava per i trafficati vicoli minacciati dal colera. Tra Eros e Morte lo scenario si fa cupo. A rischiararlo trascrivo lo stralcio di una premurosa lettera da Firenze in data 5 gennaio 1833, stranamente ignorata: «Ranieri mio caro (…) Oh Dio mio! Ma di me non temer mai nulla: io non corro pericoli, e se anche ammalassi, niente si conchiuderebbe, perché la vita che ho, non è tanta, che abbia la forza di ammazzarmi. Caramelli ride di questo mio detto ma l’approva per verissimo. Povero Ranieri mio! Se gli uomini ti deridono per mia cagione, mi consola almeno che certamente per tua cagione deridono anche me, che sempre a tuo riguardo mi sono mostrato e mostrerò più che bambino». In poche righe la temperatura di un legame che fondeva amicizia e amore, smaniosa dipendenza e conquistata liberazione.

 

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