Da Pulcinella a Vanvitelli

L’edizione 1990 del David di Donatello premiò come miglior canzone originale ’A Città ’e Pulecenella, scritta da Claudio Mattone per il film Scugnizzi di Nanni Loy. La prima strofa del brano, omaggio a Napoli, recita «T’accumpagno vico vico/ sulo a tte ca si’ ’n amico/ e te porto pe’ ’e quartiere/ addò ’o sole nun se vede/ ma se vede tutto ’o riesto/ e s’arapeno ’e ffenèste/ e capisce comm’è bella/ ’a città ‘e Pulecenella». In verità, la capitale partenopea non è la patria del celebre personaggio. Il simpatico cialtrone con il viso seminascosto da una maschera nera, il naso pronunciato, casacca e pantaloni bianchi, cappello a punta, nacque in epoca cinquecentesca ad Acerra. Secondo alcuni storici del teatro, il primo che lo incarnò fu un certo Paoluccio da Cerra, o Paolo Cinella, di cui esiste un ritratto, la faccia scoperta piena di bitorzoli, attribuito al pittore bolognese Ludovico Carracci.

L’esordio di Pulcinella sul palcoscenico, nel 1609, si deve al comico capuano Silvio Fiorillo. A renderlo famoso nel mondo ci pensarono gli emigrati italiani. Così venne ribattezzato Polichenelle in Francia, Kaspar in Germania, Petruska in Russia, Mister Punch in Gran Bretagna, Punk in Olanda… Forse anche il castello di Acerra ha visto esibirsi un Pulcinella a corte. Edificato dai Longobardi sui resti di un tempio romano nell’826, Bono, duca di Napoli, lo distrusse otto anni dopo. Di un nuovo castello si ha citazione solo nel Dodicesimo secolo. Da lì in poi molte sono le vicende documentate che lo riguardarono, molti gli ampliamenti e le trasformazioni cui fu sottoposto.

Architetture, sale e saloni, decori, opere d’arte, narrano lo scorrere dei secoli tra quelle mura. Imperdibile, va da sé, la visita al Museo di Pulcinella, la cui figura è stata giustamente inserita nel contesto della storia del territorio di Acerra. Gli spazi che ospitano i reperti raccolti dal locale Archeoclub portano al teatro romano, emerso dagli scavi del 1982. Le mura, del Primo secolo, appartenevano alla scena, insieme a elementi in marmo e a un frammento scultoreo in tufo.

Maddalena è il quartiere più antico della cittadina, caratterizzato da abitazioni realizzate con materiali umili e secondo il modello ‘a corte’, cioè con le case disposte intorno al cortile. Numerosi esempi si incontrano lungo via Cavour. La casa in via Conte di Acerra apparteneva invece a una famiglia facoltosa, come dimostrano l’impiego del tufo giallo e le elaborate tecniche costruttive. Nel quartiere San Giorgio merita sosta la Scala dei Carabinieri, settecentesca, rivestita in pietra piperno. La chiesa dell’Annunziata conserva, sopra l’altare della cappella nel transetto sinistro, un crocifisso romanico ligneo, il Christus Triumphans, risalente al Mille e Cento. Straordinari l’anatomia dei muscoli, delle gambe, delle braccia tese nella fatica; il realismo dell’addome e del torace; la morbidezza del perizoma e dei capelli. In tema di celebrità, Nola risponde a Pulcinella con tre nomi tra loro diversamente famosi. L’imperatore Ottaviano Augusto morì a Nola il 19 agosto del 14 d.C. Giordano Bruno, nolano, arse sul rogo in Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio del 1600. Vivo e vispo, Clemente Maccaro, in arte Clementino, professione rapper, ha trascorso tra Nola e Cimitile la sua infanzia. Fatte queste doverose puntualizzazioni, il consiglio è di dedicare alla cittadina la giusta attenzione. Tracce di una domus e di complesso termale romano risalente all’Età Imperiale si incontrano nella cripta della chiesa di San Biagio, fine ’500, che conserva alcuni dipinti seicenteschi di scuola napoletana. Accanto al duomo, riedificato nell’800 dopo un incendio, la chiesa dei Santi Apostoli, Quinto secolo, è posta di qualche metro sotto il piano stradale. Il convento dei Cappuccini, 1566, custodisce un notevole altare ligneo rinascimentale di scuola sorrentina. Affacciata su piazza Giordano Bruno, la Reggia Orsini, casaforte medioevale, è riuscita a sopravvivere agli scempi dell’esercito tedesco durante la ritirata del 1943. Si torna a Roma Caput Mundi con l’Anfiteatro Laterizio, Primo Secolo, tra i maggiori della Campania per dimensioni: centotrentotto metri per cento e otto, solo in parte scavati.

Lo scorso anno la rievocazione storica della Damigella del Re, Roccarainola, si è svolta dal 5 al 7 luglio. Nella speranza che il prossimo anno la festa torni per le strade del paese, vale ricordare che i tre giorni rievocano l’amore neppure troppo clandestino tra Alfonso V di Aragona, re di Napoli, e Lucrezia d’Alagno, nata nel 1430 e morta nel 1479. Lucrezia, figlia di Nicola, signore di Roccarainola, primo feudatario del Casale di Torre Annunciata, e della nobildonna Covella Toraldo, avvicinò il sovrano nel corso della Festa di San Giovanni del 1448, a Torre del Greco. I dolci occhioni della diciottenne stregarono Alfonso, separato da lungo tempo, che ne fece la sua favorita. L’astuta Lucrezia seppe sfruttare al meglio l’occasione diventando figura di grande potere, salvo poi cadere nell’oblio alla morte del sovrano nel 1458. Fitto il calendario del cerimoniale e delle tenzoni: investitura dei cavalieri, apertura delle locande, spettacoli di falconeria, giullarate e giocolerie, corteo e palio dei casali, giostra della quintana, palio del bugliolo, corteo storico, trionfo di fuochi d’artificio conclusivo.
Gli inguaribili romantici, ebbene sì, esistono ancora, vivranno un weekend tutto miele a Maielli, frazione di Santa Maria a Vico, il secondo Borgo degli Innamorati in Italia dopo Castell’Arquato, provincia di Vicenza. Trecento abitanti solamente, Maielli è tutta una rete di vicoli, svettar di campanili, case a botte, scalinatelle che salgono e scendono. Al termine dei lavori di riqualificazione, il borgo avrà panchine che affacciano su scorci incantatori, murales colorati, angoli colmi di fiori e piante.

Un piccolo mondo protetto all’interno di una zona pedonale, cui si potrà accedere soltanto da una lunghissima scalinata. Patrimonio Unesco, il settecentesco acquedotto Carolino, opera dell’architetto Luigi Vanvitelli, e i Ponti della Valle appartengono al comune di Valle di Maddaloni. L’impresa gigantesca del Carolino fu inaugurata nel 1753 e conclusa diciassette anni dopo al fine di approvvigionare la Reggia di Caserta e San Leucio prelevando l’acqua dal Monte Tiburno e dalle sorgenti del Fizzo. Il tracciato, in gran parte sotterraneo, copre una distanza di trentotto chilometri. Le condotte in ferro vennero forgiate all’interno delle otto ferriere volute dal Vanvitelli lungo il corso della fiumara Assi di Guardavalle, in Calabria. Il ponte, detto Ponti della Valle, stessa epoca dell’acquedotto, corre su tre arcate in tufo a cinquantasei metri di altezza, per una lunghezza di cinquecento e ventinove. Era, allora, il più lungo ponte d’Europa.

La Festa dei Gigli
Correva l’Anno del Signore 410, quando Nola conobbe il flagello dell’invasione barbarica di Alarico Primo, re dei Visigoti. La città venne semidistrutta e saccheggiata, centinaia di uomini furono presi in ostaggio. Fin qui la storia, che si perde nella leggenda a proposito di Paolino, l’allora vescovo di Nola. Il sant’uomo (tale poi fu proclamato) consegnò sé stesso e tutte le sue ricchezze ai barbari, chiedendo in cambio il rilascio del figlio di una vedova. Schiavo in Africa, tornò nel 431 con al seguito alcune navi cariche di grano. Il suo padrone, allarmato da alcuni profetici e nefasti sogni dell’ex vescovo, a scanso di equivoci aveva preferito rimetterlo in libertà. Si fa risalire ad allora la nascita della Festa dei Gigli, che si svolge ogni 22 giugno se cade di domenica, o quella successiva, se il 22 è giorno infrasettimanale. La Festa appartiene alla Rete delle grandi macchine a spalla, dal dicembre del 2013 Patrimonio orale e immateriale Unesco. Complessa e articolata in numerose fasi, quella che meglio sarebbe definire un’immensa cerimonia vede al centro la processione dei Gigli, otto torri piramidali in legno riccamente lavorato, e della Barca, simbolo del mezzo che riportò Paolino a Nola. Ciascun Giglio rappresenta una congregazione delle arti e dei mestieri; misura venticinque metri di altezza, poggia su una base di tre e pesa venticinque quintali. Lo portano a spalle centoventotto cullatori, così ribattezzati per via del movimento oscillatorio assunto dalla macchina durante il percorso nel centro antico. Ad accompagnarli e a dare loro il ritmo, una colonna sonora di brani composti per l’occasione, accanto ad altri del repertorio napoletano e italiano, ed eseguiti da una banda musicale disposta alla base della Barca. La domenica mattina, Gigli e Barca ricevono solenne benedizione in piazza Duomo. Dal pomeriggio alle primissime ore del lunedì, le macchine e i cullatori danno spettacolo cimentandosi in varie prove di destrezza e di forza.

 

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