Croce – Einaudi, non passa il tecnocrate

Nel lungo e intenso dialogo intorno al liberalismo i due studiosi concordavano su un tema che oggi torna d’attualità
Il fondo di Cacciari sulla “Stampa”
Natalino Irti
Ha inizio nel lontano 1928 il dialogo sul liberalismo tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, e giungerà fino agli anni della guerra mondiale. In due memorie accademiche del 1927 Croce fissa la propria teoria: il liberalismo come concezione totale della realtà, religione dell’età moderna, che, mediante l’urto di idee e forze, accresce il contenuto della vita umana. Semplice connessione storica con il liberismo, giacché la istanza di libertà trasceglie, di tempo in tempo, uno o altro istituto economico e giuridico.
I due saggi suscitano l’attenzione di Luigi Einaudi, che li prende in esame sulla rivista La riforma sociale. Si coglie subito la diversità di tono: rigore di distinzioni e di linguaggio, nelle memorie crociane; prosa più sobria, e come distaccata e rattenuta, nelle pagine di Einaudi. Il quale, pur rammentando il contributo recato dal liberismo nell’accrescere ricchezze e prosperità delle nazioni europee, nega all’economista la competenza a scegliere i «fini» generali di una società. I fini sono stabiliti da «chi sta più in alto di lui». Il liberismo è soltanto uno strumento, e, come tale, può esser messo al servizio di «quei fini, materiali e spirituali che il politico o il filosofo, od il politico guidato da una certa filosofia della vita, ha graduato per ordine d’importanza».
La posizione di Einaudi, così sfumata nel primo tempo del dialogo, si renderà più ferma e decisa nelle pagine ulteriori, dove, rotta la equivalenza tra gli istituti economici, ne considera taluni incompatibili con la stessa libertà di pensiero. Egli si fa così assertore di «libertà ordinarie», di una «certa dose di liberismo», che nessun ordinamento liberale può ridurre o sopprimere. Questa più precisa determinazione di singole libertà e istituti economici non toglie tuttavia che i fini collettivi siano scelti da «chi sta più in alto», cioè da uomini politici guidati da una filosofia o da una concezione generale della loro vita. Mai, nelle due più autorevoli voci del liberalismo italiano, affiora l’asserzione di una competenza tecnica sui fini, di una speciale abilità o perizia capace di orientare il destino di una comunità. Ciascun cittadino ha competenza nella scelta dei fini. La tecnocrazia è lontana dalle loro concezioni a tal segno che il Croce giungerà, in tarde pagine della vecchiezza, a dileggiare i tecnici o «medici consultori» o «competenti» ai quali si fa ricorso nelle crisi storiche.
Il carattere di «strumentalità» attribuito ad assetti economici e istituti giuridici è dominante, con diversità di accenti e sfumature, in ogni atto del dialogo: più recisa in Croce, che degrada il liberismo a soluzione tra le altre storicamente possibili; più cauta e aperta in Einaudi, al quale sembra che taluni mezzi abbiano, per dir così, valore di fini irrinunciabili. Ma filosofo ed economista si ritrovano nel rifiuto, ora esplicito ora sottinteso, di provvidenzialismi tecnocratici, di regimi in cui la competenza sui fini, sottratta alle istituzioni politiche, sia conferita a élite di «esperti» o a custodi di speciali saperi.
Chi ripercorra il lungo e intenso dialogo – che raccoglie testi di alta tensione morale e suprema dignità linguistica – trattiene in sé l’immagine di un pensiero comune, il quale, avvertendo la faticosa necessità di scegliere, si muove entro la precaria e relativa storicità degli istituti. Una fatica che non è risparmiata neppure agli uomini politici, e ai semplici cittadini, del nostro tempo, i quali non consegnano, o non dovrebbero consegnare, il futuro, i «fini ultimi», a «medici consultori» chiamati al capezzale dell’infermo, ma costruirlo, essi stessi, con metodo di libertà e nelle istituzioni rappresentative, lasciando alle tecno-strutture il semplice compito di coerente esecuzione. Gli uomini – scrive Einaudi in una conclusiva pagina del 1941 – «non si educano quando qualcuno si incarica di decidere per loro conto ed a loro nome quel che debbono fare o non fare, ma debbono educarsi da sé e rendersi moralmente capaci di prendere decisioni sotto la propria responsabilità».
https://www.lastampa.it/