Conte e quei tre scontri con Draghi: è iniziata la guerriglia al governo

Colloqui burrascosi sulle nomine di Servizi e Cdp e sui licenziamenti Di Maio contrario ad alzare la tensione. Ma l’ex premier: torneremo primi
di Francesco Bei
ROMA — Sotto il Vesuvio, tre giorni fa, Giuseppe Conte è sembrato sul punto di eruttare: «Adesso presenterò lo statuto del Movimento, dopo parlerò il linguaggio della verità ». Il momento è vicino, visto che martedì avrà finalmente termine la telenovela intitolata “Statuto e carta dei valori” e l’ex presidente del Consiglio ricomincerà a fare politica. Il punto è: in quale direzione e con quale identità? Se lo stanno chiedendo sia nel Pd, i supposti alleati del nuovo M5S contiano, sia a palazzo Chigi. E persino tra i generali a Cinque Stelle ce ne sono diversi un po’ preoccupati sulla direzione di marcia del nuovo leader. Qualcosa Conte si è lasciato sfuggire a Napoli, fasciato nel nuovo look informale (via la cravatta e la pochette), durante la conferenza stampa di presentazione del candidato Manfredi. Dismessa l’ambizione di essere il «federatore» tra sinistra e M5S – «una etichetta inventata dai giornali» – l’ex premier ha affermato che il suo movimento «avrà sempre più una vocazione autonoma». A chi nel Pd coltiva ancora la speranza di un M5S come junior partner della futura alleanza, Conte ha dato un altro dispiacere: «Voglio portare il M5S al primo posto… un partito di assoluta maggioranza ».
Questa spinta del turbo-Conte, avrà naturalmente un impatto non secondario nei rapporti interni alla maggioranza. Soprattutto con Mario Draghi. A parlare con alcune fonti bene informate, salta fuori che i rapporti tra i due siano formalmente cordiali ma politicamente glaciali. Si vedrà se davvero verrà messo in agenda un faccia a faccia, come Conte ha annunciato da Floris. Intanto si può qui ricostruire che, da febbraio a oggi, sono stati soltanto tre i colloqui tra il leader in pectore dei 5S e il premier. E in tutte e tre le telefonate, Conte ha cercato di mettersi contro una decisione già presa da Draghi. È accaduto una prima volta un mese fa, quando il presidente del Consiglio ha deciso di piazzare Elisabetta Belloni a capo del Dis, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Conte ha provato a opporsi, sostenendo il prefetto Gennaro Vecchione. Telefonata non facile, ruvida. Alla fine inutile. Stesso meccanismo nel colloquio sul futuro della Cassa Depositi e Prestiti. Contro la scelta di Draghi di nominare Dario Scannapieco come nuovo amministratore delegato, in sostituzione di Fabrizio Palermo, Conte le ha tentate tutte, senza esito. Infine, l’ultima battaglia combattuta (e persa) sulla sponda opposta a quella di palazzo Chigi, sul blocco dei licenziamenti. Conte ha provato a mettersi nella scia del ministro Andrea Orlando sulla proroga del blocco. Il leader M5S si è fatto sentire direttamente con Draghi, avvertendolo che palazzo Chigi non poteva ignorare il parere del partito di maggioranza relativa. Il problema è che il capo M5S si è mosso in ritardo, quando Orlando aveva già smesso di presidiare la norma e aveva imboccato una exit strategy. A quel punto, senza più la sponda dell’ala sinistra del Pd, l’ex premier si è ritrovato spiazzato e ha dovuto arrendersi. Ma, al di là dell’esito sfortunato delle tre battaglie condotte da Conte lontano dai riflettori, il punto è un altro. Il punto è che la strategia, nonostante i proclami di «lealtà» al suo successore, prevede una tattica guerrigliera per conquistare spazi e riportare il M5S a essere nei sondaggi «al primo posto ». Lanciando un abbraccio avvolgente all’ala barricadera che guarda ad Alessandro Di Battista. Su questa strada, che esclude la spallata finale a Draghi e mette piuttosto nel conto – per restare a Napoli – un crescente bradisismo, Conte ha però trovato un ostacolo bello tosto: Luigi Di Maio. L’ex capo politico è infatti certo che «alzare la tensione» non giovi al movimento, anzi. «Chi attacca Draghi, scende nei sondaggi», è la convinzione che il ministro degli Esteri ripete ai suoi, «e non a caso Salvini ha smesso di farlo e ora si propone come il paladino del governo». Il problema è che a pensarla come Di Maio nel M5S non sono molti. Sulla linea draghiana ci sono i ministri Fabiana Dadone e Federico d’Incà, mentre Patuanelli è diventato un pretoriano di Conte.
Anche nel rapporto con il Pd l’ex premier è tentato dal perseguire una strategia più assertiva. Nonostante il pressing dei suoi consiglieri, finora ha tuttavia evitato di spendere il suo peso per indurre la sindaca Appendino a ricandidarsi a Torino. Dovesse farlo, sarebbe una dichiarazione di guerra al Pd in piena regola. E, almeno per il momento, l’ex «federatore» dei progressisti non può permetterselo.
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