Chi vuole bene all’Ingegnere?

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di Pietro Citati

«Caro Gadda …». «Caro Parise …». Così l’angoscia esistenziale diventava uno spettacolo di mimi.

Quando Goffredo Parise giunse a Roma nell’aprile del 1960, a trent’anni, scrisse una bellissima lettera a Giovanni Comisso. «Freneticamente vivo ciò che avevo voglia di vivere e che Milano mi aveva soffocato, ossia la mia fantasia… Mi intano in questa Roma di papi e di topi, mi imbuco nelle baracche e nelle strade, guardo le nuvole che passano sopra alle cupole di questa città di Aladino, rapide e gonfie quasi di sangue, con un leggero ma costante fruscio come di marina. Vivo intensamente ancora i giovani anni che mi restano, nel modo che mi è più congeniale, nell’estro e nel disordine dell’avidità, nel sogno e nell’avventura. Faccio il mercante persiano, il venditore d’acqua e di fumo, di fumate di zolfo e decotti ipnotici, di lampade magiche e incantesimi». Era veloce: supremamente veloce nelle sensazioni, nei sentimenti e nei pensieri: veloce nello slanciare il corpo e l’intelletto in ogni possibile avventura, già annoiato dal successo che lo aveva raggiunto troppo presto e sazio persino del proprio talento di artista.
Aveva conosciuto qualche tempo prima Carlo Emilio Gadda; e fu affascinato da lui come da nessun altro essere umano. Lo ammirava: la sua ammirazione si scioglieva in una sorta di rapida liquidità dell’animo, in una ineffabilità senza precetti. Lo rappresentò in una bellissima prosa, L’ingegnere. «L’ingegnere si fermò sulla porta, interdetto. Iniziò qualche passo verso l’esterno, al passo, senza avanzare, come a preparare l’avvio di un moto a venire: ma subito il pensiero rallentò il ritmo di una tale propulsione e i piedi nelle scarpe si ritrovarono fermi sullo zerbino, più fermi di prima. Sgranò gli occhi chiari e pensosi, come a dire: “E adesso?” Di là, e ancora di là, oltre la grande aiuola deserta, da attraversare per giungere a casa, di là stava l’improbabile, l’esterno: che non aveva voglia di incontrare; con cui non intendeva discutere».
Parise fu folgorato da quella grande figura, come moltissimi altri in quegli anni: ogni parola di Gadda rappresentava per lui un potenziale di suspense, l’equivalente della più elettrica delle scariche in un film di Hitchcock. E spiegava ai suoi lettori che Gadda era un uomo timido, scontroso e appartato, ma spiritosissimo: l’uomo più dotato di humour di tutta la letteratura italiana. «La sua persona, il suo modo di muoversi, il suo modo di parlare, creava una grande, allegrissima e comicissima avventura umana» .
In questi giorni esce da Adelphi la raccolta delle lettere superstiti che Gadda e Parise si scambiarono tra il 1962 e il 1973, curata con molta intelligenza e attenzione da Domenico Scarpa ( Se mi vede Cecchi, sono fritto ). Come sempre nelle lettere di quegli anni, Gadda parla della sua cattiva salute, fisica e psichica. «La salute non va: il cuore, il fegato, il cervello. Direi che il redde rationem si avvicina. Sono così afflitto a momenti, da non poter prevedere come arriverò a rendermi degno del giudizio…Certe notti, nell’angoscia della solitudine e del distacco da tutte le immagini possibili, mi sembra di avere pochi giorni di vita… Io sono paralizzato dal male, dalle angosce lontane e prossime della mia orribile vita». E di lì, a poco a poco, si distaccava per contemplare quel «pasticcio estremamente complesso», che è la cosiddetta realtà: realtà che egli aveva rappresentato grandiosamente, pochi anni prima, in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana .
Le lettere di Gadda a Parise ci commuovono. Di Parise scrittore egli aveva un giudizio variegato, secondo che lo scrittore «surreale ed impetuoso, irradiante e spontaneo», che era in lui, rischiava di diventare un «pazzo a freddo», ma sempre lontano dal surrealismo gelido e congegnato di Landolfi. Di Parise egli amava la persona. Per lui aveva un affetto prorompente: voleva vederlo, rivederlo, come se fosse un figlio che si è appena allontanato; per pochissimi, forse nessuno, Gadda aveva un affetto così grande e spontaneo: desiderava chiacchierare con lui, e ascoltarlo a lungo, come se soltanto Parise potesse vincere la sua orrenda solitudine. «Fammi un po’ di coraggio con le tue trovate, con i tuoi racconti! Sai quanto mi diverti, quanto mi aiutano a dimenticare la vita che non vorrei vivere».
Q uale affetto. «Ricevo la tua generosa, graditissima lettera. Vorrei vederti ed esprimerti, non soltanto a parole, quanto debba alla tua gentilezza, alla tua generosa amicizia». Esaltava la generosità di Parise. «In questa tua generosità sei veramente unico, per intelligenza e gentilezza profonda». «Grazie, grazie della tua persuasione circa la mia caparbia vitalità: la tua ostinata fiducia mi dà sangue, mi dà coraggio, più che le tristi e talora inutili medicine del medico». Lo attendeva. Il suo arrivo era tra le poche cose che Gadda desiderasse davvero. Persino le telefonate, il suono del campanello ripetuto due volte poteva non essere minaccioso, ma radioso, se prometteva l’arrivo di Parise, addirittura la certezza della sua figura oltre la porta di casa.
La cosa straordinaria, sottolineata da Domenico Scarpa, è che la corrispondenza con Parise liberò Gadda da se stesso e dalle sue ossessioni: nelle sue lettere, egli era quasi senza pensieri, senza obbligo di mostrare o dimostrare nulla. Così la sua angoscia diventava uno spettacolo mimico, allestito per divertire l’amico.