Cartoline, selfie, antiche stampe

C’è stato un tempo (o, passato ormai remoto, ci fu?) in cui da Torino o da Napoli o da Venezia, in visita per pochi giorni, in albergo la sera, era consuetudine amabile inviare ad amici o a parenti una cartolina illustrata. Indirizzi alla mano, scrivere il nome del destinatario e, ricorrendo a poche note parole, comporre, più o meno sempre, le stesse frasi e poi la firma: un affettuoso saluto da Venezia; con immutata amicizia, per ricordo da Napoli. Baci; un nostro caro pensiero da Torino. E quel pensiero – che giungeva, amicale o affettuoso, vergato secondo formule convenzionali – si arricchiva di uno scenario altrettanto usuale e convenuto nell’illustrazione della cartolina: Torino. La Mole Antonelliana; Napoli. Veduta della città con il Vesuvio; Venezia. Il Ponte dei Sospiri.

Chi spediva ratificava con la cartolina al destinatario che lui o lei il Vesuvio, la Mole, il Ponte dei Sospiri li aveva visti, davvero, in quei giorni che passa in giro per la città a visitare monumenti ed a gustare nei ristoranti una cucina diversa dalla solita, quella domestica di tutti i giorni in casa: granseole; fondute al tartufo d’Alba; pizze, margherita e capricciosa. Quella cartolina ne era la eloquente, non oppugnabile testimonianza inoltrata per posta. Il timbro ne faceva fede. Il tempo della cartolina illustrata sembra oggi, se non estinto al tutto, in via di definitiva estinzione.

Del resto, come non prender atto che, da qualche anno ormai, chi visita Torino o Venezia o Napoli inoltra via WhatsApp agli amici ed ai parenti l’immagine sua (sorridente, felice a imitare il volto della felicità stereotipa e vuota di un emoticon) fissato, lui o lei, sullo sfondo del Ponte dei Sospiri o della Mole Antonelliana o del Vesuvio. Proprio lei, o lui, turisti succedanei ma gioiosi, lui e lei, beati, con un Selfie accolti nell’ipermondo asettico della stereotipia digitale sancito dagli spot pubblicitari, allegri, sani, senza pensieri ma, vivaddio, davanti al Vesuvio, alla Mole, al Ponte dei Sospiri.
Anche ci fu (remoto passato, nel Cinque, nel Sei e nel Sette e Ottocento) il tempo dei viaggiatori che visitavano le città d’Italia tanto celebrate per le loro bellezze, così attraenti, avvolte nei prestigiosi scenari delle antiche e antichissime storie, luoghi memorabili per i paesaggi famosi e per i venerabili monumenti.

Antecedente della cartolina illustrata possiamo a ragione considerare la vasta produzione, nel corso di quegli anni tanto diffusa, di incisioni a stampa ove quel monumento, questa veduta erano delineati con attenta precisione. Così, a quei tempi, il viaggiatore acquistava quelle fedeli stampe e al ritorno le mostrava ai famigliari ed agli amici, attenti al racconto delle sue avventure di turista curioso, attratto da costumi e luoghi tanto diversi dai suoi. Immagini di città lontane e celebrate e prima fra tutte Roma, la sua storia e la sua leggenda. Perché, a Roma specialmente, ogni monumento, antico o moderno, è rivestito di narrazioni che assai spesso si fanno fantastiche e leggendarie.

Solo un esempio. Ho sotto gli occhi una stampa di Giuseppe Vasi: Prospetto della Scala, che da Piazza di Spagna conduce alla Chiesa e Convento della Santissima Trinità sul Monte Pincio, principiata sotto il glorioso Pontificato di Innocenzo XIII e terminata sotto la S. M. di Papa Benedetto XIII, Architettura di Francesco De Santis. Risale a prima dell’anno 1788, quando venne innalzato l’obelisco sulla Piazza della Trinità dei Monti. In primo piano, ai piedi dell’aerea scalinata, la fontana universalmente nota come la ‘Barcaccia’.

Il nostro viaggiatore, mostrando la stampa del Vasi, avrà avuto l’opportunità, una volta lasciata Roma, di narrarne la storia, per come egli stesso l’aveva ascoltata una sera, forse, tra gli avventori del vicino Caffè Greco, con parole che potrebbero essere queste: «Vuole una leggenda che in una inondazione del Tevere verificatasi durante il pontificato di Urbano VIII, l’acqua lasciasse in secco ai piedi del Pincio una barca che andava alla deriva. In seguito a questo fatto, il pontefice incaricò Pietro Bernini di costruire una fontana riproducente la forma della navicella abbandonata».

 

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