Bruce Springsteen “Resto un vagabondo nella mia America”

Il cantautore è diventato regista per il film concerto “Western Stars”
di Filippo Brunamonti TORONTO —
Bruce Springsteen guarda verso Ovest quando stiamo per sederci al bar del Weslodge Saloon, una taverna d’altri tempi a Downtown dove il Boss sceglie di raccontarci “il ventre del mio essere viandante”. Negli occhi scorrono potenti le immagini di Western Stars, il film concerto co-diretto da Thom Zimny e Springsteen, in anteprima al Toronto Film Festival e distribuito prossimamente da Warner Bros. Un inno alla strada, al rock e al sogno americano che segue di pochi mesi l’uscita del disco dal titolo omonimo.
In mezzo, frammenti di Bruce al volante dell’auto o in una prateria, accompagnato da un cavallo che pascola inquieto. «Ho scelto di aprire le porte al mio lato solista, lontano dalla E Street Band», ci racconta il Boss, settant’anni il 23 settembre. «I connotati da rocker restano. Sono il mio pane. È la dimensione intima a inghiottire i miei stivali winklepicker come sabbie mobili, assieme ai motel e ai cantastorie ubriaconi». Vuole sentirsi libero – spiega durante l’incontro – come in un finale alla Frank Capra. «Lo canto nel brano d’apertura, Hitch Hikin’: “Maps don’t do much for me, friend”. Le mappe non fanno per me, amico. Rimarrò un vagabondo. Un granello di cenere e polvere che passa di strada in strada a portare la sua opera nel cuore dell’America».
L’ultimo album, “Western Stars”, sembra nato per farsi cinema.
«Quello che vedete sullo schermo non è un concerto. È un film, il mio mettere ancora più a nudo l’anima per capire quali sono i suoni verso cui tende quel vagone scricchiolante del mio cuore. Durante la registrazione del concerto di Western Stars sognavo di condurre un’orchestra di trenta elementi che facesse da contraltare alla solitudine del mio show a Broadway, un palco che ho condiviso solo con mia moglie, Patti Scialfa, per la durata di appena una canzone, Brilliant disguise. Questa volta, invece, Patti fiancheggia il suo uomo solitario in cerca di redenzione e d’amore. Già nell’82, per Nebraska, avevo registrato tutte le tracce da solo, barricato in casa».
Chi sono i suoi eroi del Western?
«”Once I was shot by John Wayne”.
Una volta mi ha sparato John Wayne, canto. Il suo personaggio incarna l’idea di patriarcato e di violenza, quella zona d’ombra dove chi ti salva la vita è sempre un fuorilegge. Ed io sto diventando un “Easy Rider”. Un pellegrino nel Selvaggio West ormai senza acqua e cowboy. Inseguo i miti di Henry Fonda e Gary Cooper, amo lo Spaghetti Western italiano. Come lo chiamate? “Macaroni Western”? E sono appassionato di Howard Hughes. I suoi film li conosco a memoria».
Dopo aver trasposto la sua autobiografia a Broadway – oltre duecento repliche e cento milioni di dollari in un anno di show – si presenta al pubblico in una nuova dimensione solista.
«Sono passato dal paio di blue jeans col cappello da baseball infilato in tasca (la copertina di Born in the Usa, 1984) al granaio di casa, dove ho invitato il regista Thom Zimny a registrare in soli quattro giorni una sessione dal vivo, per un pubblico ristretto, del disco Western Stars. Nel montaggio ho chiesto di inserire spezzoni d’infanzia a Freehold, nel New Jersey, e il Sud della California che per me è pura astrattezza. Vorrei insegnare agli altri, soprattutto a me stesso, ad andare avanti. Tutti siamo spezzati, rotti. Fisicamente e psicologicamente. Puoi rinforzare il cuore nei punti in cui si è spezzato solo creando rinnovato amore. E per superare gli errori, basta forgiare una spada con cui difendere la vita, i sentimenti, la grazia umana. La collaborazione con Zimny risale a Live in New York (2001, ndr) passando per i documentari su Born to run e
Darkness on the edge of town, fino alla versione Netflix di Springsteen on Broadway. Mi sento al sicuro davanti alla lente di una macchina da presa».
Quante Americhe esistono oggi?
«Esiste un’America transitoria, fuggevole, per puri individualisti. E ce n’è una collettiva. Dopo diciannove dischi, sono qui a scrivere ancora di autostrade e di “ruote di automobili che sibilano”. È la mia prima volta da regista e chi mi segue sa che a me piace voltare pagina. Non rincorro lo zeitgeist. Country music e blues in me si mescolano naturalmente.
Voglio essere libero e, soprattutto, voglio essere! “I wake up in the morning, just glad my boots are on”.
Mi sveglio al mattino, semplicemente felice di avere gli stivali ai piedi».
Il suo prossimo viaggio artistico?
«Farò l’archivista (ride). In Western Stars ho recuperato tutti i filmini di famiglia, incluso un Super 8 della luna di miele con Patti nello Yosemite National Park. Era incinta del nostro secondo figlio e passeggiava tranquilla sotto il solleone. Abbiamo trascorso tanto tempo tra rodei, serpenti e “la frontera” (dice in spagnolo, riferendosi al confine tra Usa e Messico, ndr). L’amore è l’unico miracolo terrestre che ci è dato vedere e toccare. È Dio incarnato, in mezzo a noi. Bisogna lavorarci molto, lasciarsi trascinare dalla vita. Vuoi un consiglio? Non farti fregare: la vita è e sarà sempre un mistero, i suoi quesiti resteranno irrisolti. Non temere. Se sei aperto di cuore, le domande che hai in serbo andranno in profondità, scaveranno una buca e ti terranno compagnia, passo dopo passo, oltre l’oscurità. Buon viaggio, amico».
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