Borsellino: “gigantesco depistaggio”. La Procura di Caltanissetta chiede la condanna di 3 poliziotti

Redazione il 12 Maggio 2022. Forze dell’Ordine, Giustizia, Mafie, Memoria, Politica, Sicilia

“Costruiti a tavolino falsi pentiti per inquinare inchiesta”. Secondo la procura misero in atto un depistaggio sistematico, con il tramite del pentito Scarantino, per frenare le indagini sulla strage del 19 luglio 1992 in cui perirono il giudice e la sua scorta

Un depistaggio “gigantesco ed inaudito che ha coperto alleanze mafiose di alto livello”. Parole forti nelle requisitore della procura di Caltanissetta, nel processo per depistaggio nell’indagine sulla strage di Via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino e la sua scorta. Ecco perché – secondo la Procura – i tre poliziotti che facevano parte del Gruppo Falcone e Borsellino, istituito dopo la strage, “devono essere condannati”.

Ad intervenire in aula anche il procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, a manifestare la convinzione sulle tesi dell’accusa della “procura tutta”: “Sono qui per testimoniare che le conclusioni di questa requisitoria non rappresentano il convincimento isolato di uno o due pubblici ministeri di udienza, tutta la Procura di Caltanissetta le condivide. Chiesti 11 anni e 10 mesi per Mario Bo e 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

La tesi della procura di Caltanisetta, è che sia stato messo in atto un depistaggio sistematico, con il tramite del pentito Scarantino, per frenare e distogliere le indagini sulla strage del 19 luglio 1992, un depistaggio di cui sarebbero stati principali fautori i tre poliziotti per i quali è stata chiesta la condanna.

Secondo il pubblico ministero, Stefano Luciani, i tre imputati: “Hanno avuto molteplici condotte e tutte estremamente gravi, che rendono tangibile il grado di compenetrazione nelle vicende: non una condotta illecita di passaggio, ma che dal primo momento fino all’ultimo si ripete e si reitera”, dice ancora Luciani. E poi aggiunge: “E’ dimostrato in maniera assoluta il protagonismo del dottor Mario Bo, sulle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino e nella illecita gestione di Scarantino nella località protetta”, a parere della Procura ci sarebbero insomma forti elementi a dimostrare “convergenze che certamente ci sono state nella ideazione della strage di via D’Amelio, tra i vertici ed gli ambienti riferibili a Cosa nostra, ed ambienti esterni ad essa”, così Luciani.

Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca ed il pubblico ministero, Stefano Luciani, hanno chiesto 11 anni e 10 mesi per Mario Bo e 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, imputati davanti al tribunale per calunnia “aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra”. Appartenevano al pool investigativo “Falcone-Borsellino”, diretto dal questore Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 – per tutti e tre è stata chiesta l’interdizione dai pubblici uffici.

Il presunto depistaggio ricostruito dai Pm: “Siamo tutti in condizione di comprendere che la strage è avvenuta in un momento storico che ha prodotto effetti assolutamente devastanti per l’organizzazione mafiosa – dice il magistrato – se, quindi, i tempi di realizzazione della strage sono tempi che non coincidevano con gli interessi di Cosa nostra, se è un dato oggettivo e incontestabile che i tempi non coincidevano con gli interessi dei boss, allora i tempi erano funzionali ad ambienti esterni a Cosa nostra”.

“Innocenti condannati all’ergastolo”

Parlando dell’ex pentito, Vincenzo Scarantino – che con le sue false dichiarazioni ha fatto condannare all’ergastolo degli innocenti accusati di avere fatto parte della strage di Via D’Amelio – il procuratore De Luca dice: “Tutti sapevano che Vincenzo Scarantino era un personaggio delinquenziale di serie C”.

Quali fossero questi “ambienti esterni”, non viene espresso esplicitamente in aula, ma i contorni che servono a far capire la tesi dell’accusa si: come “la presenza di un individuo all’interno del garage di via Villasevaglios, non conosciuto da Gaspare Spatuzza e dallo stesso individuato come possibile soggetto esterno all’associazione mafiosa”.

E poi, ancora, si ipotizza un collegamento tra il pool che indagava sulle stragi, con i servizi segreti. Così il Pm, Luciani: “E’ assolutamente provato in questo processo, ma lo era già al processo Borsellino quater di un, a dir poco anomalo coinvolgimento del Sisde nelle primissime attività di indagini che hanno riguardato la strage di via D’Amelio”. “La genesi di questo coinvolgimento viene ricostruita – dice ancora Luciani – le dichiarazioni rese da questi soggetti sono interessati ad edulcorare la natura di questi rapporti, ma quello che emerge dalle carte è un dato non edulcorabile”.

“E’ impensabile che i Servizi di informazione, facendo il loro mestiere, cioè acquisire informazioni sul territorio, non avessero compreso che Scarantino era di modestissimo spessore criminale”.

Fonte: Rainews

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“Gigantesco depistaggio Borsellino”, Procura chiede pene alte per i poliziotti
“Anomala accelerazione della strage, funzionale ad ambienti esterni a Cosa Nostra”

Un depistaggio “gigantesco” e “inaudito” che “ha coperto alleanze mafiose di alto livello”. Ecco perché, secondo la Procura di Caltanissetta, i tre poliziotti che facevano parte del ‘Gruppo Falcone e Borsellino’ e che fu istituito dopo la strage di Via D’Amelio, “devono essere condannati”.

A sollecitare le condanne, altissime, per Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, è stato, al termine della requisitoria fiume, il Procuratore capo in persona, Salvatore De Luca, con accanto i pm Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, subentrato da pochi mesi nel pool. De Luca ha chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi per Mario Bo, e nove anni e mezzo per gli altri due Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Chiesta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per i tre imputati.

È il pm Stefano Luciani a chiudere la requisitoria, prima delle richieste del Procuratore, parlando dei tre imputati: “Hanno avuto molteplici condotte e tutte estremamente gravi che rendono tangibile il grado di compenetrazione nelle vicende – dice il pm Luciani rivolgendosi al Tribunale – avete ulteriori elementi che provano la sussistenza di questo elemento, la condotta che caratterizza l’illecito”.

“Non è una condotta illecita di passaggio ma che dal primo momento fino all’ultimo si ripete e si reitera”, dice ancora il pm Stefani Luciani. “È la pietra tombale al discorso che stiamo facendo”. Poi aggiunge: “È dimostrato in maniera assoluta il protagonismo del dottor Mario Bo sulle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino e nella illecita gestione di Scarantino nella località protetta”, aggiunge il magistrato. “C’era una fiduciarietà del rapporto tra i tre imputati e Arnaldo La Barbere, che rende concreta l’ipotesi che abbiano avuto la reale rappresentazione degli scopi sottesi delle condotte poste in essere”, dice.

E ancora: “A parere della Procura ci sono elementi che dimostrano convergenze che certamente ci sono state nella ideazione della strage di via D’Amelio tra i vertici e gli ambienti riferibili a Cosa nostra e ambienti esterni ad essa”, spiega il pm Stefano Luciani, nel corso della requisitoria. E parlando dell’agenda rossa del giudice Borsellino scomparsa, il magistrato ha detto: “La sparizione dell’agenda rossa, se sparizione c’e’ stata, non fu di interesse di Cosa Nostra ma da collegare a interessi estranei”.

In mattinata era stato il Procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, a prendere la parola per primo, per spiegare la sua presenza in aula. “Io oggi sono qui quasi come testimone diretto – dice De Luca – perché l’eccellente lavoro fatto dai colleghi, in particolare dal pm Stefano Luciani, non ha bisogno di alcuna integrazione. Sono qui per testimoniare che, pur tenendo conto dell’autonomia di udienza che accompagna ciascun magistrato della pubblica accusa, le conclusioni che saranno formulate non rappresentano il convincimento isolato di uno o due pm di udienza. Sono qui per testimoniare che tutta la Procura di Caltanissetta condivide, senza riserve, le conclusioni che saranno formulate e le valutazioni che saranno svolte dal collega Luciani in relazione all’aggravante di mafia”.

E aggiunge: “Non si tratta di una frattura rispetto al passato ma di una lenta evoluzione che ci porta ad affermare la sussistenza dell’aggravante di mafia”. “I plurimi e gravi elementi depongono tutti nel senso che il depistaggio ha voluto coprire delle alleanze, delle cointeressenze, di alto livello, di Cosa nostra che in quel momento riteneva di vitale importanza”, dice ancora. E parlando dell’ex pentito Vincenzo Scarantino, che con le sue false dichiarazioni, ha fatto condannare all’ergastolo degli innocenti accusati di avere fatto parte della strage di Via D’Amelio, De Luca dice: “Tutti sapevano che Vincenzo Scarantino alla Guadagna era un personaggio delinquenziale di serie C. Parlare di questo gigantesco, inaudito, depistaggio solo per motivi di carriera del dottor La Barbera (l’ex dirigente della Squadra mobile di Palermo ndr) è la giustificazione aggiornata e rimodulata classica di Cosa Nostra”.

Il pm Stefano Luciani nel corso della requisitoria ha puntato la lente di ingrandimento su una “anomala accelerazione per la strage di via D’Amelio, che non era funzionale agli interessi di Cosa nostra”. “I tempi erano invece funzionali ad ambienti esterni ai boss mafiosi”, spiega Luciani. “Siamo tutti in condizione di comprendere che la strage è avvenuta in un momento storico che ha prodotto effetti assolutamente devastanti per l’organizzazione mafiosa – dice il magistrato – se, quindi, i tempi di realizzazione della strage sono tempi che non coincidevano con gli interessi di Cosa nostra, se è un dato oggettivo e incontestabile che i tempi non coincidevano con gli interessi dei boss, allora i tempi erano funzionali ad ambienti esterni a Cosa nostra”. Ma chi?

Per il pm Luciani “la strage di via D’Amelio presenta degli elementi che ci inducono a ritenere cointeressenze di queste collusioni”. “Se si vuole avere una chiave per cercare di comprendere le motivazioni che sottostanno a questo depistaggio è utile partire dal confronto tra il prima e il dopo – spiega Luciani – Qual è il narrato che arriva dalle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino e quello arrivato poi da Gaspare Spatuzza? La versione che da’ Vincenzo Scarantino e quella che rende Gaspare Spatuzza sulla fase esecutiva della strage di via D’Amelio sono pressoché sovrapponibili. Ciò che non troverete nella versione di Scarantino è la presenza dell’individuo all’interno del garage di via Villasevaglios non conosciuto da Gaspare Spatuzza e dallo stesso individuato come possibile soggetto esterno all’associazione mafiosa. Cosa persuade che questo sia uno dei punti focali della vicenda? Faccio riferimento alle dichiarazioni rese recentemente dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola, che sono un altro depistaggio e che dispiace non siano state introdotte in questo processo”.

Nel corso della requisitoria di oggi il pm Stefano Luciani ha parlato poi, a lungo, della figura di Arnaldo La Barbera, che era a capo del ‘Gruppo Falcone e Borsellino’ di cui facevano parte i tre poliziotti imputati, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Secondo l’accusa, La Barbera e i suoi poliziotti avrebbero indottrinato, con minacce e pressioni, l’ex pentito Vincenzo Scarantino di rendere false dichiarazioni per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio.

“La familiarità di Arnaldo La Barbera con i Servizi segreti emerge in maniera chiara attraverso i suoi rapporti con il Prefetto Luigi De Sena”, dice il pm Stefano Luciani. “Rapporti particolarmente stretti tra De Sena e La Barbera – dice il magistrato – ma come dice l’avvocato Gioacchino Genchi in aula, De Sena era una sorta di mentore di la Barbera”. E ricorda che “il Sisde era solito erogare somme di denaro verso i funzionari che si occupavano di eversione o criminalità organizzata”. E poi spiega ancora che La Barbera, morto diversi anni fa, avrebbe ricevuto i soldi dal Side “in nero”. “Che un ufficiale di Polizia giudiziaria prenda fondi riservati in nero per soddisfare sue esigenze di vita privata, prende quel soggetto più o meno compromesso rispetto a quegli apparati che lo foraggiano?”.

E poi aggiunge: “È assolutamente provato in questo processo, ma lo era già al processo ‘Borsellino quater’ di un, a dir poco, anomalo coinvolgimento del Sisde nelle primissime attività di indagini che hanno riguardato la strage di via D’Amelio”. “La genesi di questo coinvolgimento viene ricostruita – dice ancora Luciani – le dichiarazioni rese da questi soggetti sono interessati ad edulcorare la natura di questi rapporti, ma quello che emerge dalle carte è un dato non edulcorabile”. E ricorda le deposizioni di Lorenzo Narracci e di Bruno Contrada.

Poi, parlando ancora di Arnaldo La Barbera, il pm ricorda quella volta in cui Lucia Borsellino “si è accorta, nel novembre del 1992, che nella borsa del dottor Borsellino non c’era l’agenda rossa” e “uscì dalla stanza in cui c’era l’allora dirigente della Squadra mobile Arnaldo La Barbera, sbattendo la porta. E La Barbera disse alla madre di Lucia, la signora Agnese Piraino, che la figlia avesse bisogno di un supporto psicologico, perché delirava. Ma l’agenda rossa era scomparsa davvero”.

E parlando poi del ruolo svolto dal falso pentito di mafia Vincenzo Scarantino nell’indagine sulla strage di via D’Amelio, il pm Luciani, ha spiegato: “O i Servizi segreti non hanno saputo fare il proprio mestiere, oppure c’era dell’altro…”, lasciando cadere la frase a metà.

Il magistrato parla, in particolare, di una nota datata 10 ottobre del 1992. “Una nota del Sisde che ha due particolarità – dice Luciani – quello che dice e quello che non dice”. E poi rincara la dose: “È impensabile che i Servizi di informazione, facendo il loro mestiere, cioè acquisire informazioni sul territorio, non avessero saputo o compreso o capito che Scarantino era, per dirla alla dottor Fausto Cardella, uno ‘scassapagliaro’ di modestissimo spessore criminale o eravamo nelle mani di persone che non sapevano fare il proprio mestiere. Visto che non hanno dato alcun apporto di tipo informativo su fatti gravissimi come le stragi o, ripeto, c’era dell’altro…”.

Nel corso della lunga requisitoria, il pm Luciani ha più volte ribadito che “questo processo ci pone in linea di continuità con il processo Borsellino Quater che ci ha rassegnato una verità e cioè che quelle condanne erano state comminate sulla base di prove manipolate che consistevano essenzialmente, ma non solo, in prove dichiarative. Era stata manipolata la collaborazione di Salvatore Candura, quella di Francesca Andriotta e, infine, quella di Vincenzo Scarantino”. Sottolineando che “in questo processo ci sono stati testimoni chiamati dalla procura, appartenenti al gruppo d’indagine sulle stragi Falcone e Borsellino, che non hanno fatto onore alla divisa che indossavano: si sono trasformati in testi della difesa in maniera grossolana. Spero che questi comportamenti siano segnalati a chi di dovere…”.

In chiusura il pm Stefano Luciani, visibilmente commosso, rivolgendosi al Tribunale ha detto: “È stato un lavoro duro e faticoso, ma pensiamo di avervi dato quantomeno una traccia che vi possa aiutare di fare finalmente luce. Questa è una delle ultime spiagge rispetto alle quali potere continuare a fare luce su fatti cosi gravi che hanno segnato la storia di questo paese”.

Il processo è stato rinviato a martedì prossimo per dare la parola alle parti civili.

L’inviata Elvira Terranova

Fonte: Adnkronos

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Borsellino: procuratore De Luca, depistaggio ha coperto alleanze
“Con la sussistenza dell’aggravante di mafia”

“Sono qui oggi quasi come testimone perché l’eccellente lavoro fatto dal collega Luciani non ha bisogno di alcuna integrazione.

Non si tratta di una frattura rispetto al passato bensì di una lenta e costante evoluzione che ci porta oggi a contestare la sussistenza dell’aggravante di mafia. I plurimi, gravi, elementi depongono tutti nel senso che il depistaggio ha voluto coprire delle alleanze strategiche di Cosa Nostra, che in quel momento riteneva di vitale importanza”.

Lo ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca nel corso della requisitoria sul processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra di Caltanissetta.

L’udienza di oggi si concluderà con le richieste da parte della procura per i tre poliziotti imputati nel processo Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra. I tre ex appartenenti al gruppo “Falcone-Borsellino” sono accusati di aver indotto, mediante minacce e pressioni, il falso pentito Vincenzo Scarantino a dichiarare il falso per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio.

“Tutti sapevano – ha detto De Luca – che Vincenzo Scarantino alla Guadagna era un personaggio delinquenziale di serie C. Parlare di questo gigantesco, inaudito, depistaggio solo per motivi di carriera del dottore La Barbera è la giustificazione aggiornata e rimodulata classica di Cosa Nostra. Non mi dilungo ulteriormente perché il collega Luciani avrà ancora molto da dire e poi mi riservo di fare le conclusioni”.

Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca e il pm Stefano Luciani hanno chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi di Mario Bo e a 9 anni e 6 mesi ciascuno di Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, i tre poliziotti imputati dinanzi al tribunale di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra.

I tre ex appartenenti al pool investigativo “Falcone-Borsellino”, diretto dal questore Arnaldo La Barbera, morto nel 2002, sono accusati di aver costruito a tavolino falsi pentiti, inducendoli a mentire, per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio.

Per tutti è stata chiesta l’interdizione dai pubblici uffici.

Fonte: Ansa, Sicilia

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