Antonio Cederna Non lasciamo l’Italia ai vandali

Sono trascorsi 25 anni dalla morte, e cento dalla nascita, del giornalista e attivista che lottò per l’ambiente e la tutela del patrimonio. E ora la sua lezione è più attuale che mai
di Sergio Rizzo
«Aquando la sospirata — e promessa — liberazione di Palazzo Barberini dal Circolo Ufficiali che lo occupa da decenni?». Finiva così l’ultimo articolo di Antonio Cederna, pubblicato su Repubblica il 5 agosto 1996. Ventidue giorni prima che morisse, il 27 dello stesso mese, a Sondrio. Fosse ancora vivo, e sapendo di che pasta era fatto, è certo che non avrebbe mai smesso di ripeterlo. E magari, con la sua ostinazione, alla fine sul circolo ufficiali l’avrebbe pure spuntata.
A ottobre prossimo avrebbe compito cent’anni: ma mai come in questo momento, di uno come Antonio Cederna il Paese sente la mancanza. L’abusivismo continua a galoppare. La speculazione edilizia insiste a stendere sull’Italia i suoi orrori. La devastazione delle coste prosegue alla faccia delle proteste della natura, come ha dimostrato una spaventosa recente inchiesta di Legambiente. Mentre i beni culturali affogano nell’indifferenza dei benaltristi, con qualche lodevole eccezione.
Aveva cominciato, Cederna, non ancora ventinovenne sul Mondo di Mario Pannunzio. Aveva poi continuato sui mensili di architettura, per approdare al Corriere della sera e infine, nel 1981, a Repubblica . E quell’ultimo articolo del 1996 va letto e riletto adesso, per comprendere quanto ancora a un quarto di secolo di distanza il Paese che vanta la maggior concentrazione di beni culturali del pianeta sia lontano dalla meta cui legittimamente dovrebbe aspirare.
Cederna prende spunto dal libro bianco del centro studi Tci coordinato da Vittorio Emiliani per tracciare un quadro allora sconcertante dei musei italiani. Racconta che «sono davvero pochi gli italiani» che li visitano, e questo dipende dalla «scarsa o nulla dotazione di sussidi informativi, didattici, divulgativi, e dei normali conforti in uso nei musei stranieri… ». Uno stato di cose cui contribuiva un sistema dell’istruzione non esattamente adeguato, che non si può dire sia radicalmente cambiato da allora. Vero è che i biglietti non vengono più incassati dalla Banca d’Italia, che nei musei adesso ci sono anche quelli che si chiamano bookshop e che è perfino possibile prenotare online le visite. Ma il coinvolgimento dei privati, che Cederna in quell’articolo auspicava ricordando ciò che accade per esempio negli Stati Uniti con le donazioni sostanziosamente agevolate dal fisco, resta frenato da un sistema burocratico ottuso e impermeabile. E il famoso Circolo ufficiali? La sua sede ufficiale è stata spostata nel 2007, ma solo di qualche passo: ora è «presso la palazzina Savorgnan di Brazzà e le Antiche scuderie » del «comprensorio Barberini », però conservando la disponibilità del piano nobile del palazzo per gli eventi di rappresentanza. Insomma, per quanto possa sembrare incredibile nel 2021, è sempre lì. A dimostrazione del fatto che in questo Paese tutto cambia perché nulla cambi. Ma soprattutto che certi potenti interessi corporativi riescono a fermare pure la storia. Perché mai il circolo ufficiali delle forze armate deve stare lì è non in altri dignitosi locali demaniali, che certo non mancano? A iniziare, per esempio, dalle tante caserme che ancora sono nel centro di Roma… Per quasi 50 anni Antonio Cederna ha lottato senza sosta, guidando epiche battaglie per il paesaggio e i beni culturali. Indimenticabile quella per la difesa dell’Appia antica, dove nel complesso di Capo di Bove per tutto il prossimo mese di ottobre si svolgeranno le celebrazioni del suo centenario.
Ma indimenticabile è soprattutto la lezione che hanno impartito le sue battaglie. E tanto più non può esserlo oggi, che l’insofferenza per le regole e per il rispetto della natura e delle bellezze che immeritatamente ci sono state concesse in eredità soffoca perfino il dettato della Costituzione. L’articolo 9, quello che impone alla Repubblica la difesa del paesaggio, è forse il meno osservato della nostra Carta. Almeno se è vero, come purtroppo è vero, che l’Italia ha il record continentale della cementificazione alimentando non soltanto il primato delle brutture ma anche quello del dissesto idrogeologico. E pensare che Cederna ci aveva messo in guardia praticamente fin da subito, con i suoi articoli sul Mondo .
Nel 1955 Cederna contribuiva alla fondazione di Italia Nostra, avendo già aperto il fronte della consapevolezza. Nello stesso anno, proprio sulla scia delle sue denunce, L’Espresso pubblicò una formidabile inchiesta di Manlio Cancogni capace di scoperchiare il pentolone della corruzione nella speculazione edilizia che stava ammorbando il dopoguerra romano. Dal titolo memorabile: Capitale corrotta, nazione infetta . Qualche mese più tardi, I vandali in casa , il saggio di Cederna che riuniva gli articoli pubblicati sul Mondo , tracciava un quadro ancora più sconcertante dell’intero Paese. Lì «si delinea», scrisse Francesco Erbani nella prefazione alla riedizione pubblicata cinquant’anni dopo nel 2006 da Laterza, «il profilo di un’Italia che ha fretta di crescere ignorando sé stessa, che dissipa l’antico e le qualità non solo estetiche che da esso promanano, consumando suolo e paesaggi». Un Paese nel quale «ai maltrattamenti patiti dalle bellezze artistiche, si aggiunsero quelli inferti ai centri storici, al paesaggio e poi alle città, la cui crescita stava assumendo caratteri informi, guidata da direttrici speculative… ». Quel libro doveva essere un monito per tutti, spingendo l’Italia e la sua classe dirigente a invertire la rotta finché fosse stato possibile, rispettando finalmente quel benedetto articolo 9 della Costituzione. Sappiamo invece com’è andata: quella classe dirigente ha fatto spallucce. Nel 2021, sull’orlo delle catastrofi provocate dai cambiamenti climatici non abbiamo ancora in Italia una legge che limiti il consumo del suolo. I politici ne discutono senza costrutto dal 2012. Da allora siamo al sesto governo e intanto la cementificazione procede al ritmo di 2 metri quadrati al secondo. La verità è che i vandali sono ancora fra noi: nessuno li ha mai cacciati. La lezione di Cederna, a venticinque anni dalla sua scomparsa, ci dice che è arrivato il momento di farlo. Ma se non ora, quando?
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