Non c’è giustizia senza ecologia

In attesa di una svolta verde decisiva, le disuguaglianze sul pianeta aumentano. Perché, come spiega il saggio del sociologo Mario Salomone, coscienza ambientale e sociale coincidono
di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi
L’anno concluso è stato, per molti versi, quello della coscienza ecologica, la copertina di Time dedicata a Greta Thunberg è solo la più recente conferma di un innegabile dato culturale e sociale. Sia chiaro: ciò non costituisce ancora una pur minima garanzia che la nuova sensibilità produca quel cambiamento radicale delle politiche ambientali ormai indifferibile. Ma può indurci a una più approfondita riflessione che, nel tempo lungo, non può non dare risultati tangibili sul piano delle scelte collettive e degli stili di vita condivisi. È importante, dunque, conoscere ed è essenziale farlo anche in una prospettiva storica. È quella che suggerisce Mario Salomone, nel suo ultimo libro Giustizia. Sociale e ambientale (Doppiavoce), tracciando una sintetica storia e un’efficace mappa delle diseguaglianze socio-ambientali. La svolta cruciale indicata da Salomone, sociologo dell’ambiente, è quella della metà del XVIII secolo, quando l’ingegnere scozzese James Watt, osservando le nuove macchine a vapore, scoprì uno spreco di lavoro meccanico potenziale. Le perdite di vapore costringevano la macchina a lavorare inutilmente e a non sfruttare per intero l’energia prodotta. Watt brevettò quindi un sistema di trasmissione del movimento dei pistoni, passato alla storia come il parallelogramma di Watt, capace di rendere più efficiente quel sistema meccanico. Per Watt «il vapore era il primo esempio di Dio che si sottomette all’uomo», e non stupisce che Salomone riconduca – simbolicamente – la data di inizio dell’Antropocene (l’attuale era geologica profondamente condizionata dall’attività umana) proprio al giorno in cui l’inventore scozzese fece la sua scoperta. Salomone racconta di come questo miglioramento consentì un rapido sviluppo della macchina a vapore e un crescente utilizzo dei combustibili fossili.
In luogo di “Antropocene”, altri autori hanno proposto di chiamare questo periodo Capitalocene, «individuando non tanto nella generica azione dell’homo sapiens, ma nel modo di produzione capitalistico», la vera causa dei radicali cambiamenti registrati sul pianeta. È una tesi motivata. Pensare alla questione ecologica come a una conseguenza dell’antropocentrismo (l’umanità, tutta, colpevole e la natura sua vittima) è diverso dal considerare la crisi ambientale come conseguenza dei rapporti di capitale, dove una parte dell’umanità è sì colpevole, ma l’altra parte ne è vittima.
«Il capitalismo – dice Jason W. Moore, colui che coniò il termine “Capitalocene” – è un regime ecologico, cioè un modo specifico di organizzare la natura». L’uomo ha piegato la natura al suo volere, è vero, ma quale uomo? Nel saggio di Salomone viene definito “debito ecologico” quel debito contratto dalle nazioni più ricche verso altri paesi, a causa dello sfruttamento delle risorse naturali, dei danni ambientali esportati e del libero utilizzo dello spazio in cui vengono scaricati i rifiuti. Da un’inchiesta del New York Ti mes emerge drammaticamente la questione del riciclo e smercio dei residui – in questo caso elettronici – dei paesi più ricchi verso i paesi più poveri, in particolare nel sud-est asiatico. Secondo l’Onu ogni anno in tutto il mondo si producono circa 50 tonnellate di rifiuti elettronici e il cosiddetto e-waste , ossia lo smaltimento di apparecchi come laptop e telefonini, implica un processo di combustione che, se non viene fatto a temperature sufficientemente elevate, può provocare effetti dannosi per la salute. In Thailandia, scrive il New York Times, molti lavoratori presentano ferite e bruciature su tutto il corpo a causa delle sostanze prodotte dallo smaltimento di questi rifiuti. Lo scambio economico ineguale si traduce in uno scambio “ecologicamente” iniquo. Diseguaglianza che viene calcolata annualmente con l’Overshoot Day, il giorno in cui si può considerare esaurita la biocapacità del pianeta, ossia la capacità degli ecosistemi di rinnovarsi nell’arco di un anno e continuare quindi a fornire “servizi” indispensabili all’umanità. Per l’Europa l’ultimo Overshoot Day è caduto cinque mesi dopo l’inizio del 2019, ciò significa che per far sì che il cittadino europeo conservi il suo attuale stile di vita avremmo bisogno di 2,8 Terre.
In uno studio della Stanford University su come il riscaldamento globale ha aumentato le diseguaglianze economiche, Noah Diffenbaugh e Marshall Burke affermano che i cambiamenti di temperatura causati, dagli anni ’60 a oggi, dalle crescenti contrazioni di gas serra nell’atmosfera terrestre «hanno arricchito paesi freddi come la Norvegia e la Svezia, mentre rallentavano la crescita economica in paesi caldi come l’India o la Nigeria». Per i ricercatori quindi, i paesi più poveri della Terra sono adesso molto più poveri di quanto lo sarebbero stati senza il riscaldamento globale. Ad andare in crisi, oltre alla biodiversità e all’equilibrio climatico, secondo Salomone è l’idea che l’ambiente sia uno solo degli aspetti dello scenario mondiale, non il principale, il più urgente e il più drammaticamente ineludibile. Per l’autore di Giustizia. Sociale e ambientale, è irrinunciabile una conversione ecologica che orienti gli strumenti di sostenibilità ambientale verso le fasce più deboli della popolazione. Ma tale conversione non può prescindere dalla costruzione di una sensibilità che richiama al proprio ruolo gli intellettuali, intesi nel significato più ampio di operatori della cultura, dei media, della formazione e dell’educazione. In tempi recenti lo scrittore Amitav Gosh ha sottolineato come la letteratura presti poca attenzione alla questione del cambiamento climatico, quasi che la narrativa potesse disinteressarsi del mondo del quale si nutre. La cultura e la scuola, dunque. Come scriveva nel 2009 il maestro elementare Franco Lorenzoni in Con il cielo negli occhi (Edizioni La Meridiana): «un’educazione ecologica comporta il tessere una parentela con animali e alberi, terra e acqua. E comporta l’ascolto di chi non ha parole per accorgerci della trama invisibile che lega la nostra vita al pianeta che abitiamo».
Vale la pena ricordare che, due secoli fa, Giacomo Leopardi nel suo Dialogo tra un folletto e uno gnomo,
immaginava come quelle due creature fantastiche avrebbero sbeffeggiato l’uomo, scioccamente convinto che il mondo fosse stato creato solo per sé. E che «le stelle e i pianeti fossero moccoli da lanterna piantati lassù nell’alto a uso di far lume alle signorie loro». A proposito di cielo, ecco, per concludere un testo davvero ecologico: il critico letterario Franco Brevini ha pubblicato Il libro della neve (il Mulino), illustratissimo. È come buttarcisi dentro.
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