Marshall McLuhan diceva che per giudicare la qualità di un libro bisogna leggere pagina 69. Se quella funziona, è probabile che il libro sia di qualità. Qui ci si cimenta in un’operazione molto più superficiale e pigra, la recensione del solo titolo, esperimento già tentato in precedenza su queste pagine con l’ultimo saggio di Federico RampiniSuicidio occidentale (Mondadori).

Il titolo di un libro è un accidente che può svelare o tradire il suo contenuto. Ma allo stesso tempo, fatto più interessante, può collocarlo in uno spazio semantico, metterlo in un catalogo ideale assieme ad altri titoli simili, rivelando qualche indizio sulle sue coordinate nella mappa del dibattito.

O più semplicemente può dire qualcosa sulla strategia di marketing dell’editore: a chi vuole vendere il libro? Qual è il profilo politico e culturale del suo lettore di riferimento? Il contenuto è tutto sommato secondario.

Il nuovo libro di Carlo Calenda, pubblicato dalla Nave di Teseo, s’intitola La libertà che non libera. Riscoprire il valore del limite. È un titolo che getta il lettore nella casa dei post liberali, settore del dibattito delle idee molto vivace e composito nel mondo anglosassone.

Sotto l’ombrello del post liberalismo convivono molte inclinazioni e pulsioni divergenti – dai neoreazionari al dark enlightenment, fino a certi interpreti del neomarxismo e del populismo di sinistra – ma tutti formulano critiche alla concezione della libertà formulata dai padri fondatori del liberalismo, in particolare J.S. Mill e John Locke.

SREGOLATEZZA E LIMITE

Contrariamente ai cosiddetti “liberali eterodossi”, secondo i quali il progressismo woke ha tradito l’ideale liberale originario, che perciò va restaurato e ripristinato, i post liberali sostengono che la modernità, organizzata attorno a una concezione negativa della libertà (libertà “da”) ritagliata esclusivamente sull’individuo e le sue voglie, ha invece mantenuto ciò che prometteva. Il grande problema è che ciò che prometteva era falso.

Il cuore della riflessione post liberale è precisamente la critica alla calendiana “libertà che non libera”, un’idea di liberazione come decostruzione di tutte le autorità, i legami, le gerarchie, gli ordini costituiti che «lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Joseph Ratzinger) e finisce per alimentare una illusoria «confusione tra desideri e diritti» (Carlo Calenda).

I post liberali stimano le distinzioni fatte dal liberale Isaiah Berlin (Libertà, Feltrinelli) sull’idea di libertà, ma gli rimproverano di non aver aver avuto il coraggio di trarre le debite conclusioni; un discorso simile vale per il filosofo Michael Sandel (Il liberalismo e i limiti della giustizia, Feltrinelli), che da una vita critica il liberalismo di John Rawls ma senza approdare a un suo rifiuto radicale.

La libertà che non libera ha prodotto atteggiamenti libertini e pulsioni libertarie, ha esteso e narcisizzato lo spazio dell’io, ha teorizzato lo sregolamento di tutte le passioni, ha fluidificato le identità, moltiplicato a dismisura i diritti e bruciato il vocabolario dei doveri, ha sventolato la bandiera della libertà e quella dell’uguaglianza, dimenticando quella della fraternità, ha abbandonato l’orizzonte relazionale e comunitario, producendo un brulicare di rivendicazioni in cui ogni individuo è tribù di sé stesso.

Si capisce perché questo pensiero in rottura con il liberalismo moderno possa fare un pezzo di strada assieme ai critici del neoliberismo di discendenza marxista. Adrian Pabst, ricercatore dell’università del Kent, ha fatto una cartografia della complicato mondo post liberale nel suo Postliberal Politics, (Polity), e da qualche parte in quell’orizzonte potrebbe collocarsi anche il titolo di Calenda.

LIBERI DALLA REALTÀ

Nella versione di destra, quella che più dialoga con il titolo scelto per il libro calendiano, l’intellettuale di riferimento è Patrick Deneen, politologo della Notre Dame university, che assieme al giurista di Harvard Adrian Vermeule, lo scienziato politico Gladden Pappin e altri coordina lo spazio Postliberal Order, rigorosamente su Substack.

Il titolo più calendiano nella biblioteca dei post liberali è Freedom From Reality, del filosofo D.C. Schindler, primo volume di una mastodontica trilogia in divenire che critica il carattere «diabolico» della libertà moderna. Pretendendo di scrollarsi di dosso le fastidiose costrizioni della realtà, la libertà moderna divide invece di unire, illude invece di soddisfare.

Il termine “limite”, l’altro che spicca nel titolo di Calenda, è un lemma tradizionalmente kantiano che però affiora molto spesso fra i post liberali che amano Tommaso D’Aquino, leggono con interesse Slavoj Žižek e Giorgio Agamben (fase pre pandemia) e non si sono dovuti turare il naso per votare Bernie Sanders.

Critiche simili alla libertà individuale senza limiti si trovano fra i radicali di sinistra che scrivono per la casa editrice Verso Books, discepoli ideali del filosofo eclettico Roberto Mangabeira Unger, anche lui ad Harvard, e trovano espressione su riviste radicali come American Affairs, diretta da Julius Krein.

“Il populismo di destra ha bisogno dell’economia di sinistra”, è il titolo di uno degli ultimi saggi pubblicati da Compact magazine, ultima pubblicazione che si è aggiunta nel panorama dell’editoria post liberale. L’hanno fondata il polemista di destra Sohrab Ahmari, l’ex vicedirettore della rivista First Things, Matthew Schmitz, e il marxista Edwin Aponte, fondatore del giornale radicale The Bellows.

Quando i tre hanno fondato il progetto, in un bar di Manhattan davanti a qualche cocktail di troppo, il New York Times ha dedicato all’impresa un lungo articolo, intitolato: “Two Religious Conservatives and a Marxist Walk Into a Journal”.

Su Compact si trovano articoli e saggi a schiovere sulla libertà che non libera e sul valore del limite, in tutti i sensi, dalla biologia che limita le possibilità di reinvenzione del corpo e manipolazione della vita, fino al limite come argine alla crescita economica senza limiti, freni e regole.

La lettura del volume di Calenda dirà se queste idee radicali e post liberali sono effettivamente contenuto nel libro, oppure sono rimaste soltanto impigliate inconsapevolmente nel titolo.